ParitÁ di genere nello sport: siamo a un punto di svolta?
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ParitÁ di genere nello sport: siamo a un punto di svolta?

ParitÁ di genere nello sport: siamo a un punto di svolta?

“Finalmente si rompe quel tetto di cristallo che separava il mondo sportivo maschile da quello femminile”.

Queste le parole con cui il Ministro dello sport, Vincenzo Spadafora ha commentato l’approvazione di 5 nuovi decreti, tra cui quello che prevede finalmente il riconoscimento del professionismo femminile in Italia. Fino ad ora infatti non vi era alcun riconoscimento, ma con i nuovi decreti potremo assistere a passi avanti nella condizione delle atlete anche dal punto di vista giuslavoristico e previdenziale. Il Testo Unico per la Riforma dello Sport dovrà attendere l’approvazione finale della Legge Delega entro il prossimo 30 novembre, ma ad oggi, la strada sembra spianata.

La Carta dei principi dello sport per tutti, redatta nel dicembre del 2002, recita nel suo primo articolo: “Praticare lo sport è un diritto dei cittadini di tutte le età e categorie sociali” tuttavia, nonostante la situazione al giorno d’oggi sia sicuramente migliorata e un’atleta professionista oggi non viene più rilegata a un ambito domestico e genitoriale, restano ancora molte differenze tra atleti e atlete nell’ambito del professionismo.

Facciamo un passo indietro nel tempo. Verso la fine dell’800 de Coubertin, passato alla storia come inventore delle Olimpiadi moderne, affermava che la donna non avrebbe potuto gareggiare perché la sua partecipazione “sarebbe stata poco pratica, priva di interesse, anti-estetica e scorretta”. Così, per molti anni, le donne furono costrette a partecipare in modo non ufficiale a diverse competizioni sportive o ad usare escamotage pur di gareggiare. Kathrine Switzer è uno dei tanti esempi della storia. Maratoneta e attivista americana nel 1967 riuscì a correre la maratona di Boston, utilizzando lo stratagemma di iscriversi con un nome da uomo. Così come Kathrine tante atlete per anni hanno continuato a gareggiare nell’ombra o nell’anonimato, fino a quando, nel 1920 ad Anversa le donne non furono ammesse ufficialmente alle Olimpiadi per la prima volta nella storia.
Da quel momento le cose iniziarono a prendere una piega diversa perché in pochi anni nelle Olimpiadi successive, furono inserite gare femminili per le principali discipline olimpiche. La lotta però è continuata per molto tempo e si protrae ancora adesso. Sembra assurdo, ma si è dovuto aspettare solamente l’Olimpiade di Londra 2012 per vedere le atlete donne finalmente ammesse a tutti gli sport considerati in precedenza totalmente maschili, come il pugilato.

Voi penserete che queste sono grandi conquiste vero? Sicuramente in parte lo sono, ma è impensabile che per decenni ci si è battuti per qualcosa che invece doveva essere più che naturale.
Da sempre ritenute più deboli, troppo emotive e diverse. Sicuramente disuguali, opposte partendo semplicemente dal fisico che deve essere allenato in maniera diversa da quello di un uomo, come se ciò prescindesse dalla competitività o dalla performance dell’individuo, femmina o maschio che sia. La maternità, ad esempio, non limita la prestazione sportiva. Tante atlete hanno ottenuto i loro risultati migliori tra il primo e il secondo anno dopo il parto. Questa tematica invece, strettamente legata al non riconoscimento del professionismo, ha fatto sì che molte campionesse abbandonassero l’attività perché non tutelate da alcun contratto o legge.
Fino ad oggi le atlete, in Italia, anche ad altissimo livello, non sono considerate professioniste, restando quindi nei meandri del dilettantismo: ciò vuol dire che non firmano un vero e proprio contratto e non sono salvaguardate in alcun modo. Come unica alternativa, le sportive “top”, potrebbero entrare in un corpo militare. Le altre spesso abbandonano l’attività perché sono tutelate come nel periodo di maternità in cui non percepiscono retribuzione. Potremmo pensare, ad esempio, alla pallavolista americana Carli Lloyd giocatrice acquistata pochi mesi fa dal Casalmaggiore, che dopo aver scoperto di essere incinta si è sentita costretta a tornare negli Stati Uniti dal compagno per proseguire la gravidanza in serenità. La Lloyd ha dovuto abbandonare l’attività sportiva perché nel contratto con la società la gravidanza di fatto rappresentava un non adempimento dell’atleta ai termini dello stesso. Come a voler dire che l’essere giocatrice ed essere madre non possano essere due condizioni accettabili nello stesso momento.

Purtroppo viviamo in una società che risulta essere fuori contesto. Soprattutto se si guarda alla differenza con gli altri paesi del mondo: in Brasile le giocatrici di calcio, per i loro impegni con la rappresentativa nazionale, ricevono lo stesso compenso dei loro colleghi uomini e lo stesso sarà per i premi per le olimpiadi, dove non ci sarà più alcuna differenza di genere.
Nel 2020 l’uomo è legittimato ad avere passioni, lavoro ed hobby, alla donna è come se mancasse ancora la piena legittimazione della passione, sia essa sportiva, politica, artistica o di qualsiasi altro tipo.
La notizia giunta pochissimi giorni fa dal Ministro Spadafora arriva quindi in un momento di totale messa in discussione delle condizioni impari nello sport tra uomini e donne. Con la grande aspettativa che le cose stiano davvero cominciando a cambiare in meglio.

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